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Capire le nuove generazioni in azienda con le Olimpiadi

Vincere è l’obiettivo, ma per le nuove generazioni la vittoria è anche un valore culturale, non solo un podio da raggiungere. E lo fanno a denti stretti.
O meglio, lo fanno sorridendo di fronte a milioni di spettatori spaesati da una felicità di un terzo posto mancato. Mi riferisco al caso diventato virale di Benedetta Pilato, la nuotatrice arrivata quarta alle Olimpiadi di Parigi in lacrime per la felicità di questo traguardo raggiunto. Felicità difficilmente comprensibile per i più che in quel momento sono riusciti a scontrarsi solo con la frustrazione di una medaglia persa, invischiati in un’incapacità appresa che rende a loro difficile alzare lo sguardo e visualizzare l’intero percorso fatto e ancora da fare. 

Come sempre, lo sport rappresenta un’ottima metafora per comprendere il mondo aziendale e soprattutto per avvicinarci ad un tema attuale: il gap generazionale e la difficoltà di comprendere i giovani d’oggi. “Non hanno voglia”, “non sanno cos’è il sacrificio”, “mancano di motivazione”: questi sono solo alcuni esempi di retoriche narrative che sedimentano i discorsi di chi, a lavoro, è invece presente da molti più anni. 

Lo sport, come il lavoro, è una questione di numeri. Peso, altezza, lunghezza del salto, tempo, primo, secondo e terzo posto. Utilizzare uno strumento di misura oggettivo ed universale è ciò che permette all’atleta di individuare quella che in psicologia Lev Vygotskij chiama “zona prossimale di sviluppo”, ovvero quell’area che delimita ciò che la persona riesce attualmente a fare con le capacità che possiede in quel dato momento e ciò che potrebbe riuscire a fare in futuro sviluppando il suo potenziale.

Notare bene che per individuare questa zona c’è sempre bisogno di uno sguardo esterno, un mentore, un allenatore, qualcuno che posi lo sguardo su di noi e ci dica “hai tutte le carte in regola per riuscire a fare di più”. L’aspetto relazionale, vedremo, è quindi un tema centrale. L’atleta può così misurare le proprie performance e puntare ad un miglioramento progressivo. Questo tipo di misurazione è quella che possiamo chiamare “meccanica”. Il nome è dovuto alla necessità di applicare un paradigma standardizzato agli atleti di tutto il mondo. Per puntare a migliorare il mio tempo di corsa guarderò i tempi delle persone che gareggiano per la mia categoria. Se punto ad avere migliori risultati in qualità di lavoratore, farò altrettanto. 

Riprendendo l’inizio di questo paragrafo, c’è però una parola fondamentale che è stata omessa e che la nuova generazione sta rimettendo con tenacia al proprio posto. “Lo sport, come il lavoro, è una questione di numeri”. No, non solo. Lo sport è fatto anche di numeri. Le parole sono importanti in quanto generano la realtà che subiamo e questo “i giovani” lo hanno capito bene. Se pensiamo che lo sport sia fatto solo di numeri, così come il mondo del lavoro, allora riterrò di essere una persona di valore solo se salirò sul podio. Dal quarto posto in poi dovrei essere arrabbiato con me stesso, piangere.

E invece no, le immagini e le riprese delle Olimpiadi di Parigi 2024 hanno riempito i nostri schermi di podi mancati fatti di sorrisi, soddisfazioni e desiderio. Entriamo in contatto con quella che possiamo chiamare l’unità di misura “personale” che ora assume un primato che da anni le era stato completamente sottratto. Dal punto di vista culturale stiamo assistendo ad un fenomeno che necessita la nostra curiosità e comprensione se vogliamo generare vicinanza.
Attenzione: da parte dei giovani non viene chiesto di eliminare il ruolo e l’importanza che hanno i numeri, aspetto questo che crea la maggiore resistenza e paura da parte di chi ha ben chiaro che nel mondo economico sono elementi fondanti.

Viene chiesto di aggiungere. Viene chiesto di affiancare, ai numeri, l’attenzione e la cura a quelli che sono gli standard personali, perché di pari importanza. Se a 19 anni mi trovo alle Olimpiadi e ho appena raggiunto il quarto posto e personalmente lo ritengo un successo ho il diritto ad essere felice e non permetterò ad una cultura che mi vorrebbe triste e arrabbiata di rovinare questo momento. Scrivendo queste parole mi rendo conto che per chi ha una mentalità cosiddetta “vincente” tutto ciò risulterà scontato. A quell’età si tratta di un risultato effettivamente degno di nota e davanti c’è ancora un intero percorso da scrivere. Ma questo è chiaro solo ai più che sanno tenere in vita una “vision”, uno sguardo d’insieme.

Avrei potuto citare altri numerosi casi, tra i quali quello di Simone Biles, la ginnasta statunitense diventata una figura di riferimento per la promozione della salute psicologica. Quello che è importante però sottolineare in questa sede è che questo fenomeno non è figlio di sé stesso, e tanto meno nasce da logiche apparentemente incomprensibili che fanno sembrare i giovani d’oggi a noi dei perfetti sconosciuti. È una logica reattiva, una risposta ad anni di castrazione degli aspetti emotivi, psicologi e relazionali visti come minacciosi di fronte al potere dei grandi numeri. Gli standard numerici sono stati per molto tempo l’unica fonte di misurazione del valore dell’essere umano. 

Torniamo quindi alla frase di apertura di questo articolo. Vincere è l’obiettivo, sì. Ma la vittoria è anche una questione personale e se vogliamo comprendere le nuove generazioni, dobbiamo chiedere loro quali sono le cose a cui tengono, che cosa reputano personalmente importante per il loro percorso lavorativo, cosa significa per loro “successo” e che cosa genera in loro soddisfazione. E se istintivamente ci viene da dire “tanto non lo sanno” allora forse parte della responsabilità è anche nostra perché nell’educazione è mancato un allenamento a sapersi porre domande personali per fare spazio a quelle contestuali. L’ambizione è un processo e in quanto tale può essere appreso. Questo richiede fatica, tempo e cura dell’altro… Ma d’altronde è quello che lo sport da sempre ci insegna.

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